Come uscire dai lacci del doppio vincolo batesoniano? se si accolgono le spinte al cambiamento si perdono le radici e la propria identità culturale, e dall’altra parte chiudersi dentro le identità storiche e politiche vuol forse dire fermarsi in una dimensione senza tempo
Una via di uscita è ripensarsi come identità sincretiche, che si ibridano, si contaminano, identità che non stanno ferme a farsi guardare
Incollo qui un brano significativo di un antropologo
Massimo Canevacci
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Tale sincretismo dissolve e trasforma il rapporto tra livelli stranieri e familiari, tra modelli culturali. Esso presenta uno scenario linguistico in cui la banalità delle opposizioni binarie (il dualismo come pensiero congelato) retrocede ad un passato noioso da archiviare.
Dopo il suo uso filosofico-religioso denigrativo di pensiero superficiale, il sincretismo è stato ripreso dalla nuova antropologia per sperimentare il mutamento xenofilo. Il sincretismo è un concetto che riplasma i codici, è un mix che ricombina le differenze etniche e le assume come una ricchezza nel loro disordinato assemblaggio.
Il successo delle prospettive sincretiche si deve ad alcune tematiche antropologiche che scorrono e confliggono su molti territori della contemporaneità, grazie alle mutazioni del suo più tradizionale concetto disciplinare: la cultura. Quest’ultima non è più vista come qualcosa di unitario, che compatta e lega tra loro individui, sessi, gruppi, classi, etnie: bensì ora è qualcosa di molto più plurale, decentrato, frammentato, conflittuale. I sincretismi culturali sgorgano, indisciplinati e incoerenti, da ogni piega della contemporaneità post-sociale per sovvertirla o, almeno, stupirla, a volte per confonderla o persino semplificarla, ma anche e soprattutto per modificarla.
Ho incontrato il sincretismo culturale la prima volta in Brasile, dove sono nati i quilombos: spazi liberati da chi rifiutava la condizione di schiavitù e si armava contro il padrone. L’azione produttiva verso il quilombo era la fuga, la non accettazione di un ordine culturale imposto. Quilombo come fuga nella foresta, dove le tante e tra loro diverse etnie africane si autogovernano contro lo Stato brasiliano dei fazendeiros e accolgono caboclos, meticci, indios, nativi, ex prostitute bianche, ladri da ogni parte del mondo; quilombos come fuga nelle periferie, dove nuovi quartieri/favela si oppongono al governo del centro della città. Il quilombo produce eterotopie: spazi altri, spazi alterati vissuti in modo liberazionista e miscelato.
Dal quilombo nasce anche la marronizzazione. Marronizzazione non ha nulla a che vedere con i colori: essa non significa stemperare il nero verso il bianco o, al contrario, scurire il bianco. Marronizzazione è una scelta politico-comunicativa di fondare attraverso la fuga uno spazio di libertà autogovernato. Un quilombo, appunto. E la libertà di questo quilombo marronizzato è una libertà non tanto religiosa, quanto cultural-comunicativa. Una libertà non più ristretta agli afrobrasiliani, nati in libertà o in schiavitù, ma che si estende a tutti quegli esseri umani - dai diversi colori - che sanno vedere in questa fuga un atto che dona anche a loro la possibilità di diventare liberi, anche senza essere stati schiavi. E il Brasile, paese noto come terra dei contrasti e delle avanguardie antropofagiche, è diventato un vero laboratorio in progress di quanto il futuro/presente ci sta già riservando: l’attraversamento dai sincretismi religiosi ai sincretismi culturali.
“Contro la marronizzazione della società”: questo slogan naziskin – che si legge in alcuni muri di Roma, specie vicino alle fermate delle metro - sembra chiedere di preservare il colore “bianco”. Ma marronizzare non significa la produzione di una tinta omogenea per tutti, che ci renderebbe indistinti attraverso incroci multietnici. Tutti uguali perchè tutti marroni. Questa parodia cromosomica verso un temuto ingrigimento generale vuole bloccare le infinite variazioni che si possono realizzare tra possibili scale cromatiche.
Purtuttavia qui vorrei affermare come la matrice caraibica della parola (cimarron = marronizzare) sottintenda una dichiarazione di fuga, il chiamarsi fuori da un ordine culturale che imprime il marchio di fissità indelebile, ruoli identitari ascritti a vita, cittadini senza cittadinanza. Allora: marronizzare la politica si può tradurre come fuga da questo tipo di politica che impedisce ogni cambiamento. Marronizzare la cultura significa fuga da una cultura che rifiuta le miscele delle differenze (non solo etniche ma anche stili di vita, visioni del mondo, sensibilità estetiche): sospinge l’abbandono di un ordine culturale fatto a misura dell’immobilismo psichico e lavorativo, familiare e politico, estetico e estatico, è fuga da ogni vincolo e pregiudizio etnico, è incrocio di ruoli e identità in movimento. E’ un ibrido che corre.
Vorrei ora sottolineare come ibrido e sincretico non siano concetti identici. Ibrido ha due matrici: una genetica e l’altra mitologica. Per la prima, i prodotti ibridi sono sterili, risultato di incroci non riproduttivi tra specie diverse, che tra loro non “figliano, per l’altra matrice, le figure ibride attestano il pericolo di una regressione verso incroci animali e umani (la sfinge, le arpie, le chimere come montaggio, cut up mitico), in cui la coesistenza di tratti perturbanti sottolinea un terrore atavico di cadere in preda delle potenze irrazionali, in cui il mito stravolge la purezza della ragione basata sul principio di identità.
“Sei un ibrido” a lungo ha rappresentato un’ingiuria contro qualcuno, un’offesa che proclamava la genialità e legittimità della purezza - e la sua parallela ossessione e condanna per l’impuro. Né carne né pesce. Horror. Forche caudine di una logica basata sul pensiero dualista. Rimanere fuori tali premesse ha significato cadere nelle trappole dell’aporia. Trappola mortale per il logos, che deve ristabilire subito il suo ordine .
Ma ora l’ibrido e il sincretico sottolineano le possibili coabitazioni tra codici diversi e la liberazioni di nuovi significati possibili a lungo imprigionati (e accentrati) dentro quella ferrea chiarezza del pensiero mono-identitario. E’ questa impura profondità della superficie che viene qui rivendicata come produttiva.
Da tale incontro - plurale e incrociato, instabile e mobile - di trame multiple emerge un senso nuovo e plurale per il sincretismo e l’ibrido. Il godimento delle differenze e delle aporie.
Il sincretismo è dunque un processo di modifiche e assemblaggi decisivo che permette di passare da un’idea omologante dei processi culturali - che produrrebbe solo la cosiddetta westernalization - ad un modello multisfaccettato che seleziona, confligge e trasforma non solo le periferie povere o sottomesse, ma anche il cuore che sta al centro del potere.