le identità sincretiche dell’unità a sinistra
11 05 2008Come uscire dai lacci del doppio vincolo batesoniano? se si accolgono le spinte al cambiamento si perdono le radici e la propria identità culturale, e dall’altra parte chiudersi dentro le identità storiche e politiche vuol forse dire fermarsi in una dimensione senza tempo
Una via di uscita è ripensarsi come identità sincretiche, che si ibridano, si contaminano, identità che non stanno ferme a farsi guardare
Incollo qui un brano significativo di un antropologo
Massimo Canevacci
http://209.85.135.104/search?q=cache:f- … =clnk&cd=1
Tale sincretismo dissolve e trasforma il rapporto tra livelli stranieri e familiari, tra modelli culturali. Esso presenta uno scenario linguistico in cui la banalità delle opposizioni binarie (il dualismo come pensiero congelato) retrocede ad un passato noioso da archiviare.
Dopo il suo uso filosofico-religioso denigrativo di pensiero superficiale, il sincretismo è stato ripreso dalla nuova antropologia per sperimentare il mutamento xenofilo. Il sincretismo è un concetto che riplasma i codici, è un mix che ricombina le differenze etniche e le assume come una ricchezza nel loro disordinato assemblaggio.
Il successo delle prospettive sincretiche si deve ad alcune tematiche antropologiche che scorrono e confliggono su molti territori della contemporaneità, grazie alle mutazioni del suo più tradizionale concetto disciplinare: la cultura. Quest’ultima non è più vista come qualcosa di unitario, che compatta e lega tra loro individui, sessi, gruppi, classi, etnie: bensì ora è qualcosa di molto più plurale, decentrato, frammentato, conflittuale. I sincretismi culturali sgorgano, indisciplinati e incoerenti, da ogni piega della contemporaneità post-sociale per sovvertirla o, almeno, stupirla, a volte per confonderla o persino semplificarla, ma anche e soprattutto per modificarla.
Ho incontrato il sincretismo culturale la prima volta in Brasile, dove sono nati i quilombos: spazi liberati da chi rifiutava la condizione di schiavitù e si armava contro il padrone. L’azione produttiva verso il quilombo era la fuga, la non accettazione di un ordine culturale imposto. Quilombo come fuga nella foresta, dove le tante e tra loro diverse etnie africane si autogovernano contro lo Stato brasiliano dei fazendeiros e accolgono caboclos, meticci, indios, nativi, ex prostitute bianche, ladri da ogni parte del mondo; quilombos come fuga nelle periferie, dove nuovi quartieri/favela si oppongono al governo del centro della città. Il quilombo produce eterotopie: spazi altri, spazi alterati vissuti in modo liberazionista e miscelato.
Dal quilombo nasce anche la marronizzazione. Marronizzazione non ha nulla a che vedere con i colori: essa non significa stemperare il nero verso il bianco o, al contrario, scurire il bianco. Marronizzazione è una scelta politico-comunicativa di fondare attraverso la fuga uno spazio di libertà autogovernato. Un quilombo, appunto. E la libertà di questo quilombo marronizzato è una libertà non tanto religiosa, quanto cultural-comunicativa. Una libertà non più ristretta agli afrobrasiliani, nati in libertà o in schiavitù, ma che si estende a tutti quegli esseri umani - dai diversi colori - che sanno vedere in questa fuga un atto che dona anche a loro la possibilità di diventare liberi, anche senza essere stati schiavi. E il Brasile, paese noto come terra dei contrasti e delle avanguardie antropofagiche, è diventato un vero laboratorio in progress di quanto il futuro/presente ci sta già riservando: l’attraversamento dai sincretismi religiosi ai sincretismi culturali.
“Contro la marronizzazione della società”: questo slogan naziskin – che si legge in alcuni muri di Roma, specie vicino alle fermate delle metro - sembra chiedere di preservare il colore “bianco”. Ma marronizzare non significa la produzione di una tinta omogenea per tutti, che ci renderebbe indistinti attraverso incroci multietnici. Tutti uguali perchè tutti marroni. Questa parodia cromosomica verso un temuto ingrigimento generale vuole bloccare le infinite variazioni che si possono realizzare tra possibili scale cromatiche.
Purtuttavia qui vorrei affermare come la matrice caraibica della parola (cimarron = marronizzare) sottintenda una dichiarazione di fuga, il chiamarsi fuori da un ordine culturale che imprime il marchio di fissità indelebile, ruoli identitari ascritti a vita, cittadini senza cittadinanza. Allora: marronizzare la politica si può tradurre come fuga da questo tipo di politica che impedisce ogni cambiamento. Marronizzare la cultura significa fuga da una cultura che rifiuta le miscele delle differenze (non solo etniche ma anche stili di vita, visioni del mondo, sensibilità estetiche): sospinge l’abbandono di un ordine culturale fatto a misura dell’immobilismo psichico e lavorativo, familiare e politico, estetico e estatico, è fuga da ogni vincolo e pregiudizio etnico, è incrocio di ruoli e identità in movimento. E’ un ibrido che corre.
Vorrei ora sottolineare come ibrido e sincretico non siano concetti identici. Ibrido ha due matrici: una genetica e l’altra mitologica. Per la prima, i prodotti ibridi sono sterili, risultato di incroci non riproduttivi tra specie diverse, che tra loro non “figliano, per l’altra matrice, le figure ibride attestano il pericolo di una regressione verso incroci animali e umani (la sfinge, le arpie, le chimere come montaggio, cut up mitico), in cui la coesistenza di tratti perturbanti sottolinea un terrore atavico di cadere in preda delle potenze irrazionali, in cui il mito stravolge la purezza della ragione basata sul principio di identità.
“Sei un ibrido” a lungo ha rappresentato un’ingiuria contro qualcuno, un’offesa che proclamava la genialità e legittimità della purezza - e la sua parallela ossessione e condanna per l’impuro. Né carne né pesce. Horror. Forche caudine di una logica basata sul pensiero dualista. Rimanere fuori tali premesse ha significato cadere nelle trappole dell’aporia. Trappola mortale per il logos, che deve ristabilire subito il suo ordine .
Ma ora l’ibrido e il sincretico sottolineano le possibili coabitazioni tra codici diversi e la liberazioni di nuovi significati possibili a lungo imprigionati (e accentrati) dentro quella ferrea chiarezza del pensiero mono-identitario. E’ questa impura profondità della superficie che viene qui rivendicata come produttiva.
Da tale incontro - plurale e incrociato, instabile e mobile - di trame multiple emerge un senso nuovo e plurale per il sincretismo e l’ibrido. Il godimento delle differenze e delle aporie.
Il sincretismo è dunque un processo di modifiche e assemblaggi decisivo che permette di passare da un’idea omologante dei processi culturali - che produrrebbe solo la cosiddetta westernalization - ad un modello multisfaccettato che seleziona, confligge e trasforma non solo le periferie povere o sottomesse, ma anche il cuore che sta al centro del potere.




Il difetto della cultura più tipicamente italiana sta nelle sue radici cattoliche che invitano a pensare in termini di CERTEZZE, di VERITA’. Ma il mondo è ben più complesso, imprevedibile, inintelleggibile di quanto si desideri. Ebbene, laddove si è assistito, nella storia dell’umanità, a fenomeni di “grande fusione di culture”, abbiamo sempre visto la genesi di forme di pensiero o espressioni artistiche nuove, superiori alle precedenti perché avevano potuto inglobare le “essenze” delle loro progenitrici. Quindi è certo che il superamento dei pensieri forti (comunismo, cattolicesimo etc.) sarà inevitabile, ma di certo permetterà di approdare a posizioni superiori, seppur nel pericolo di sporadici episodi involutivi o rivoluzionari che marcano qualsiasi cambiamento nella storia dell’umanità.
La cultura occidentale non avrebbe mai saputo esprimere una rivoluzione come quella che ha dominato la musica nel secolo scorso; il jazz aveva bisogno di una fusione di più culture … La sfida che la sinistra deve saper interpretare (ed in questo ha il vantaggio di essere finalmente libera dai giochi di potere) è quella di dare una nuova sistemazione al pensiero di sinistra, interpretando la realtà con tutto il patrimonio che le secolari esperienze del passato permettono di “leggere” con maggior efficacia.
Infine un’ultima osservazione. Le cose semplici sono sempre le migliori: un partito che permetta agli elettori di esprimere le preferenze e che tolga dalle mani della propria direzione l’attribuzione delle candidature avrebbe certamente un gran successo ! Se poi aggiungiamo uno statuto interno che preveda l’immediata espulsione dal partito di chi si macchia di qualsiasi reato allora offriamo agli elettori proprio quello di cui essi hanno bisogno.
La sinistra dovrebbe capire l’immenso valore della libertà e smetterla di rifarsi ad un codice scritto da interpretarsi come vangelo ! Solidarietà ( che non significa “elemosina”, poiché in tal caso si pecca di mancanza di rispetto) da interpretarsi come volontà di costruire e mantenere una società in cui ognuno possa avere le maggiori possibilità di realizzare se stesso in un gioco di collaborazione comune che a noi italiani manca, e che invece hanno altri popoli, per esempio i tedeschi.
La sfida del futuro non è più affrontabile con la genialità di un uomo: occorre imparare a “lavorare” insieme. E questo è un concetto di sinistra, probabilmente la sua essenza. Nè il comunismo (che prevede una classe di capi), nè il capitalismo (che prevede l’interesse del capitale come il fine supremo) sono in grado di dare risposte serie in tal senso. Ma l’iniziativa individuale occorre, va salvaguardata e incentivata !
Comunque grazie dell’articolo che hai scritto, è un’ottima fonte di riflessioni .
Ora è tardi e devo andare a dormire , mi scuso con chi legge, ma non ho avuto neanche il tempo di rileggere quanto ho scritto … il che potrebbe anche essere un vantaggio
Non è nella direzione del superamento del comunismo che muove l’unità a sinistra, o nella giustapposizione o omologazione delle identità storiche dei partiti che la compongono, quanto piuttosto in un loro ulteriore sviluppo, nel dialogo tra i differenti posizionamenti critici, nel superamento e nella fuga da un ordine sociale e culturale fatto a misura dell’immobilismo lavorativo, familiare e politico, che contrae i diritti di cittadananza sociale su quelli del consumatore.
E’ fuga da ogni pregiudizio monoidentitario che permette di passare da un’idea omologante dei processi culturali, americanizzazione, ad “un modello che trasforma sia le periferie povere e sottomesse al potere del centro che il cuore del potere”
PER QUELLO CHE SONO riuscito a capire ,il pezzo mi sembra molto interessante.
LA DIATRIBA TRA RIMANERE ANCORATI AL PASSATO E VIVERE IL NUOVO è veramente importante.
La soluzione non è così immediata.Cambiare vuol dire perdere le radici per andare incontro al buio senza avere riferimenti precisi.
MA CI SI PUò RINNOVARE SENZA PER FORZA RINNEGARE IL PASSATO MA AGGIORNANDOLO AL TIPO DI società in cui viviamo.
L’ibridazione mi sembra un fatto che è al passo con al realtà di oggi,dove non esistono classi,ma un magma etrogeneo i cui problemi a volte coincidono ma spesso si affrontano in modo individuale affidandosi achi meglio riesce ad aderire alle richieste del singolo senza ideali prefissati.
A questo punto viene da pensare se guardando a tutte queste differenzer sia utile ancora pensare ad un partito o piuttosto ad un movimento,capace di leggere la realtà ,farsi carico dei problemi della gente e farsi portavoce del disagio.
immagino una Sinistra in grado di preservare al suo interno tutte le carattesitiche del movimento, mobilitazione collettiva, orizzontalità, fluidità relazionale, capace di leggere e interpretare la realtà, indicare una via praticabile in mezzo alla tempesta di “novità” che i risultati elettorali ci hanno consegnato…..
Una Nuova Sinistra di Governo, interessante a tale proposito la proposta di Claudio Fava, non deve fare l’errore di identificarsi con una propria “weltanschaung” . Questa nuova formazione politica, e non una Chiesa, non è tenuta ad proporre o a identificarsi con una propria visione del mondo. Non è tenuta a indicare nel Socialismo o nell’Ecologismo i suoi orizzonti culturali. Non è tenuta a definire i propri orizzonti e le proprie radici culturali. Ognuno porta con sè i propri. Io Comunista, o meglio Socialista di Classe, voglio stare insieme all’Ecologista, al Riformista [Riforme di struttura le avrebbe chiamate Riccardo Lombardi] ai Verdi, ai Pacifisti, ai Non Violenti, ai Democratici di Sinistra, ai Comunisti critici, ai Cattolici democratici per costruire una Nuova Sinistra di Governo, che in caso di necessità [pericolo di fascismo e sfacio delle Istituzioni] si possa alleare col PD.
Cosè che dovrà tenere insieme questa formazione politica ? Semplice. Un programma politico in pochi punti.
Ringraziamenti e saluti.
Mi piacerebbe una sinistra che non sogni un mondo diverso ma che elabori la socità odierna e la trasformi in qualcosa più a misura d’uomo .
Che si faccia carico delle ingiustizie sociali,delle disparità,che dia un volto umano aquesto capitalismo dissennato.C’è ancora tanto bisogno di tutela soprattutto in quella parte di società che vive ancora nel disagio:nuovi poveri,immigrati,emarginati e nel mondo del lavoro:precariato,lavoro nero sicurezza.Si può fare molto ascoltando ,riflettendo trovando soluzioni
In risposta al commento #5 di rcappola: insomma, pur di superare la soglia del 4% accettiamo tutto e il suo contrario, e del resto chissenefrega.
a me di lavorare per eleggere 4 tromboni in parlamento non me ne frega nulla.
La sinistra ha perso perchè oramai proclama sè stessa. Andate in una qualunque fabbrica, zona produttiva industriale, agricola, di servizi, ceto medio-basso affannato (e affamato) dal solito €1000/€1200 di stipendio al mese, e ditemi chi avrebbe quanto meno l’interesse a leggere fino in fondo lo sfogo intimistico “di sinistra” al quale i commenti, incluso il mio, si riferiscono. Per non parlare poi del capirci qualche cosa! Questo è il problema della sinistra: non sa più parlare fuori dai salotti, dai comitati politici, dai libri spesso faziosi ed elitari. Carissimi, non vogliatemene, ma in ciò che leggo vedo la stessa sinistra che ostinatamente non riesce a scollarsi di dosso il problema. La sinistra è il problema della sinistra, e non il fatto che in campagna elettorale ha clamorosamente sbagliato i metodi ed in contenuti della campagna stessa. Una sinistra che non ha più leader capaci di spiegare e parlare alla gente. QUESTO è il problema, tutto il resto è aria fritta. Conosco parecchi attivisti leghisti e ho trovato si persone molto semplici e di poche pretese intellettuali anche se con tanta buona volontà; ma ho altresì visto molte persone intelligenti e preparate, politicamente e culturalmente, parlare con gli extra comunitari e farsi capire benissimo. La sinistra non si spiega all’interno dei comitati politici, come poteva spiegarsi al suo elettorato? Ecco il punto, ecco il nodo della politica di sinistra che pretende ancora di parlare ad un popolo che non sa capire, che non si rende conto che anche gli stessi extra comunitari, zona est-europa per esempio, stanno chiedendo regole precise e limiti da far rispettare, chiari, semplici, ma attuati. La sinistra, come la destra, sono parole morte che legano il nuovo agli sbagli del passato, che imbavagliano le persone in sterili diatribe storiche senza senso. Se non si capisce questo e si permette che ex Diessini (ora PDiessini) vadano in giro a sparlare sull’argomento dell’immigrazione come se fossero loro i promotori delle leggi di centro destra, e che verranno a brevissimo approvate (chi vuol capire capisca), allora la batosta è soltanto l’inizio della rovina. Ma da quel che leggo in molti siti/forum di sinistra, è una battaglia dura, molto dura. Sicuramente c’è stata una svolta storico-politica, e non solo in Italia; non prenderne atto è, oltre che da suicidi, anche sciocco. Vi ringrazio.