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	<title>Commenti a: 11. Convivenza, inclusione, cittadinanza</title>
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	<description>Uno spazio NON UFFICIALE per il progetto di una nuova sinistra</description>
	<pubDate>Fri, 25 Jul 2008 14:36:28 +0000</pubDate>
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		<title>Di: del pistoia david</title>
		<link>http://www.sinistraarcobaleno.org/2008/02/29/11-convivenza-inclusione-cittadinanza/#comment-4084</link>
		<dc:creator>del pistoia david</dc:creator>
		<pubDate>Sun, 13 Apr 2008 14:44:50 +0000</pubDate>
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		<description>faccio presente a tutti voi che nella pagina della cronaca locale Viareggio- La Nazione del 11 aprile si poteva leggere questo titolo "Battuta di caccia ai clandestini in pineta". Ovviamente il termine battuta di caccia richiama immediatamente la "selvaggina", la "cacciagione" e gli "animali selvatici". Ovviamente l'indignazione è un dovere prima di tutto morale. Non appartengo formalmente a nessun partito- ma la mia coscienza morale, con tutti i limiti che appartengono all'essere umano- mi costringe seriamente a manifestare tutto il mio disappunto e disgusto. Tra le altre cose, ho scritto già diffusamente sul razzismo in queste pagine, e forse sarò venuto a noia, ma un ragazzo giovane che legge che idea si farà mai dei "clandestini"? sono esseri da braccare e da considerare come una sottospecie umana? Il disvalore educativo del titolo è esemplare. Il termine battuta di caccia è intrinsecamente violento. Oramai si è perso il senso del limite. Del resto tutti i razzismi di questo mondo tendono a squalificare le proprie vittime come disumane. Il monito è dato dalle parole del Ministro della propaganda nazista che ebbe a dire a proposito degli ebrei: "Non sono uomini ma bestie". Molto probabilmente Goebbels avrebbe partecipato alla "battuta di caccia" contro la selvaggina "clandestina". Ma noi ci opponiamo a questo fraseggio disumano, a questa mancanza assoluta di rispetto verso esseri umani. Ci opponiamo ad una stampa che oramai è solo cassa di risonanza del populismo xenofobo e razzista........... o altrimenti solo attenta alle ragioni del mercato editoriale. Ma queste espressioni valgono una tiratura in più? E' umano tutto questo?  Dove sono le tanto declamate ed enfatizzate radici cristiane? Ebbene noi ci fermiamo al pensiero critico e alla autonomia morale e proprio per questo diciamo no! a questo fraseggio miserabile che paragona i "clandestini" a "cacciagione mediatica". Siamo contro ogni forma di cannibalismo, anche quello giornalistico!</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>faccio presente a tutti voi che nella pagina della cronaca locale Viareggio- La Nazione del 11 aprile si poteva leggere questo titolo &#8220;Battuta di caccia ai clandestini in pineta&#8221;. Ovviamente il termine battuta di caccia richiama immediatamente la &#8220;selvaggina&#8221;, la &#8220;cacciagione&#8221; e gli &#8220;animali selvatici&#8221;. Ovviamente l&#8217;indignazione è un dovere prima di tutto morale. Non appartengo formalmente a nessun partito- ma la mia coscienza morale, con tutti i limiti che appartengono all&#8217;essere umano- mi costringe seriamente a manifestare tutto il mio disappunto e disgusto. Tra le altre cose, ho scritto già diffusamente sul razzismo in queste pagine, e forse sarò venuto a noia, ma un ragazzo giovane che legge che idea si farà mai dei &#8220;clandestini&#8221;? sono esseri da braccare e da considerare come una sottospecie umana? Il disvalore educativo del titolo è esemplare. Il termine battuta di caccia è intrinsecamente violento. Oramai si è perso il senso del limite. Del resto tutti i razzismi di questo mondo tendono a squalificare le proprie vittime come disumane. Il monito è dato dalle parole del Ministro della propaganda nazista che ebbe a dire a proposito degli ebrei: &#8220;Non sono uomini ma bestie&#8221;. Molto probabilmente Goebbels avrebbe partecipato alla &#8220;battuta di caccia&#8221; contro la selvaggina &#8220;clandestina&#8221;. Ma noi ci opponiamo a questo fraseggio disumano, a questa mancanza assoluta di rispetto verso esseri umani. Ci opponiamo ad una stampa che oramai è solo cassa di risonanza del populismo xenofobo e razzista&#8230;&#8230;&#8230;.. o altrimenti solo attenta alle ragioni del mercato editoriale. Ma queste espressioni valgono una tiratura in più? E&#8217; umano tutto questo?  Dove sono le tanto declamate ed enfatizzate radici cristiane? Ebbene noi ci fermiamo al pensiero critico e alla autonomia morale e proprio per questo diciamo no! a questo fraseggio miserabile che paragona i &#8220;clandestini&#8221; a &#8220;cacciagione mediatica&#8221;. Siamo contro ogni forma di cannibalismo, anche quello giornalistico!</p>
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		<title>Di: clara aquila</title>
		<link>http://www.sinistraarcobaleno.org/2008/02/29/11-convivenza-inclusione-cittadinanza/#comment-3956</link>
		<dc:creator>clara aquila</dc:creator>
		<pubDate>Thu, 10 Apr 2008 08:52:24 +0000</pubDate>
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		<description>ciao ci ha fatto molto cagara piacere leggere il vostro arcobaleno distinti egrigi ciao ciao</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>ciao ci ha fatto molto cagara piacere leggere il vostro arcobaleno distinti egrigi ciao ciao</p>
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		<title>Di: Voto (amministrativo) agli immigrati: il primo nodo del prossimo Parlamento &#187; Panorama.it - Italia</title>
		<link>http://www.sinistraarcobaleno.org/2008/02/29/11-convivenza-inclusione-cittadinanza/#comment-3147</link>
		<dc:creator>Voto (amministrativo) agli immigrati: il primo nodo del prossimo Parlamento &#187; Panorama.it - Italia</dc:creator>
		<pubDate>Mon, 31 Mar 2008 14:32:22 +0000</pubDate>
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		<description>[...] Pd di Veltroni si dice favorevole; la Sinistra Arcobaleno afferma si tratti addirittura di una misura ovvia. Il Pdl di Berlusconi per ora ha confermato un&#8217;apertura. E la Lega? Contrarissima. Non [...]</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>[...] Pd di Veltroni si dice favorevole; la Sinistra Arcobaleno afferma si tratti addirittura di una misura ovvia. Il Pdl di Berlusconi per ora ha confermato un&#8217;apertura. E la Lega? Contrarissima. Non [...]</p>
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		<title>Di: Del Pistoia David</title>
		<link>http://www.sinistraarcobaleno.org/2008/02/29/11-convivenza-inclusione-cittadinanza/#comment-2455</link>
		<dc:creator>Del Pistoia David</dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 Mar 2008 19:55:08 +0000</pubDate>
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		<description>In risposta al commento #45 di  anna trickst3r: 
Innanzitutto un caro saluto a Anna trickst3r. Vorrei fare a margine delle mie osservazioni un ulteriore commento alla situazione dei migranti, come descritti nelle cronache giornalistiche. Pensiamo al fatto e riflettiamoci seriamentre: ogni delitto (di loro) raccontato viene inevitabilmente, ma non c'è alcuna fatalità, accompagnato dalla menzione della nazionalità. Come se essa avesse a che fare con il delinquente, ne fosse una sua appendice ineliminabile. Ebbene qua lavora dentro di noi una sorta di  prospettiva interiorizzata nazionalista. Una sorta di ontologica divisione. Si parla di nazione come se fosse una cosa ben precisa e si potesse riferire alla personalità del reo, cosa assurda. Senza considerare che a Roma, poco tempo fa, si è riesumata, peraltro purtroppo mai scomparsa, la categoria della responsabilità collettiva. Del capro espiatorio. Si sono fatti degli sgomberi ad uso mediatico. Strumentalmente. Si sono sottoposti a espulsioni soggetti per il solo fatto della loro nazionalità. Non perché avessero fatto qualcosa ma perché erano "così". Una sorta di responsabilità per il modo di vita. Un aspetto che contrasta palesemente con il dettato costituzionale che la responsabilità penale è personale. Che si può essere puniti solo per un fatto offensivo. Una violazione gravissima dei diritti umani. Una riesumazione della  responbilità  del gruppo. Una sparizione completa degli individui. Si è violata la massima kantiana di non usare l'altro essere umano come mezzo. Al banchetto in cui ci si è "cibati" di altri esseri umani hanno partecipato in molti. L'altro essere umano è stato cannibalizzato. Ebbene un principio liberale come quello Kantiano (sia detto per inciso, Kant aveva tanti limiti, si veda la sua antropologia) non può essere messo in discussione pena l'arretramento della civiltà giuridica. E proprio quella affermazione filosofica di avere il coraggio di pensare con la propria testa va fatta totalmente nostra. Autonomia di pensiero e di giudizio critico non può mai cessare, pena l'oscuramento della coscienza morale. Del resto, penso che sia radicalmente di sinistra coniugare la libertà e l'uguaglianza. L'una senza l'altra impossibile. Verticalità e orizzontalità. Un pensiero obliquo che sappia coniugare l'universalità con le differenze (sempre mai considerate assolute). Ed è proprio a partire da questi elementari pensieri che, a volte, mi sono vergognato di essere "italiano" (anche se l'inno di Mameli oramai è divenuto un best seller, spendibile ovunque e politicamente utile). Ebbene guardare criticamente il nostro etnocentrismo morale sarebbe, se effettuato, un utile esercizio per parlare delle altre "culture", e favorire il dialogo (ammesso che vi sia dialogo culturale piuttosto che dialogo tra individui. Io preferisco quest'ultimo). Senza uno sguardo attonito, critico e disincantato, nei nostri confronti ogni discorso sull'altro è asimmetrico e ideologico. per certi aspetti  paranoico, politicamnete parlando. E il Novecento, da un certo punto di vista, è stato un secolo paranoico. Si è sviluppato uno stile paranoico anche a livello mass mediatico. Questi primi anni del XXI non promettono alcunché di buono.......</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>In risposta al commento #45 di  anna trickst3r:<br />
Innanzitutto un caro saluto a Anna trickst3r. Vorrei fare a margine delle mie osservazioni un ulteriore commento alla situazione dei migranti, come descritti nelle cronache giornalistiche. Pensiamo al fatto e riflettiamoci seriamentre: ogni delitto (di loro) raccontato viene inevitabilmente, ma non c&#8217;è alcuna fatalità, accompagnato dalla menzione della nazionalità. Come se essa avesse a che fare con il delinquente, ne fosse una sua appendice ineliminabile. Ebbene qua lavora dentro di noi una sorta di  prospettiva interiorizzata nazionalista. Una sorta di ontologica divisione. Si parla di nazione come se fosse una cosa ben precisa e si potesse riferire alla personalità del reo, cosa assurda. Senza considerare che a Roma, poco tempo fa, si è riesumata, peraltro purtroppo mai scomparsa, la categoria della responsabilità collettiva. Del capro espiatorio. Si sono fatti degli sgomberi ad uso mediatico. Strumentalmente. Si sono sottoposti a espulsioni soggetti per il solo fatto della loro nazionalità. Non perché avessero fatto qualcosa ma perché erano &#8220;così&#8221;. Una sorta di responsabilità per il modo di vita. Un aspetto che contrasta palesemente con il dettato costituzionale che la responsabilità penale è personale. Che si può essere puniti solo per un fatto offensivo. Una violazione gravissima dei diritti umani. Una riesumazione della  responbilità  del gruppo. Una sparizione completa degli individui. Si è violata la massima kantiana di non usare l&#8217;altro essere umano come mezzo. Al banchetto in cui ci si è &#8220;cibati&#8221; di altri esseri umani hanno partecipato in molti. L&#8217;altro essere umano è stato cannibalizzato. Ebbene un principio liberale come quello Kantiano (sia detto per inciso, Kant aveva tanti limiti, si veda la sua antropologia) non può essere messo in discussione pena l&#8217;arretramento della civiltà giuridica. E proprio quella affermazione filosofica di avere il coraggio di pensare con la propria testa va fatta totalmente nostra. Autonomia di pensiero e di giudizio critico non può mai cessare, pena l&#8217;oscuramento della coscienza morale. Del resto, penso che sia radicalmente di sinistra coniugare la libertà e l&#8217;uguaglianza. L&#8217;una senza l&#8217;altra impossibile. Verticalità e orizzontalità. Un pensiero obliquo che sappia coniugare l&#8217;universalità con le differenze (sempre mai considerate assolute). Ed è proprio a partire da questi elementari pensieri che, a volte, mi sono vergognato di essere &#8220;italiano&#8221; (anche se l&#8217;inno di Mameli oramai è divenuto un best seller, spendibile ovunque e politicamente utile). Ebbene guardare criticamente il nostro etnocentrismo morale sarebbe, se effettuato, un utile esercizio per parlare delle altre &#8220;culture&#8221;, e favorire il dialogo (ammesso che vi sia dialogo culturale piuttosto che dialogo tra individui. Io preferisco quest&#8217;ultimo). Senza uno sguardo attonito, critico e disincantato, nei nostri confronti ogni discorso sull&#8217;altro è asimmetrico e ideologico. per certi aspetti  paranoico, politicamnete parlando. E il Novecento, da un certo punto di vista, è stato un secolo paranoico. Si è sviluppato uno stile paranoico anche a livello mass mediatico. Questi primi anni del XXI non promettono alcunché di buono&#8230;&#8230;.</p>
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		<title>Di: anna trickst3r</title>
		<link>http://www.sinistraarcobaleno.org/2008/02/29/11-convivenza-inclusione-cittadinanza/#comment-2373</link>
		<dc:creator>anna trickst3r</dc:creator>
		<pubDate>Sun, 09 Mar 2008 17:08:26 +0000</pubDate>
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		<description>ci sono molti modi per descrivere l'io plurale che ci attraversa, o meglio gli "ii" come dice un noto antropologo, multiple-self e mindfull-body
ho visto che hai scritto due libri sul razzismo nel 2007 e nel 2006, penso che li leggerò....</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>ci sono molti modi per descrivere l&#8217;io plurale che ci attraversa, o meglio gli &#8220;ii&#8221; come dice un noto antropologo, multiple-self e mindfull-body<br />
ho visto che hai scritto due libri sul razzismo nel 2007 e nel 2006, penso che li leggerò&#8230;.</p>
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		<title>Di: Del Pistoia David</title>
		<link>http://www.sinistraarcobaleno.org/2008/02/29/11-convivenza-inclusione-cittadinanza/#comment-2372</link>
		<dc:creator>Del Pistoia David</dc:creator>
		<pubDate>Sun, 09 Mar 2008 16:59:12 +0000</pubDate>
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		<description>In risposta al commento #43 di  anna trickst3r: 
Del resto se partiamo da noi stessi si potrebbe considerare ulteriormente che come individui siamo "plurali". Non siamo trasparenti. C'è sempre una parte di noi che sfugge. Che va al di là delle nostre capacità di previsione. Insomma c'è l'io e l'inconscio. C'è qualcosa che ci attraversa. Si pensi all'innumerevoli influssi culturali. Innumerevoli e contraddittori. Si pensi alla psicologia dello sviluppo e a quella sociale. per esempio- Io sono italiano ma che cosa significa, per esempio, che sono cattolico? ateo? agnostico o semplicemnete indifferente? Sono nato in una città di 60.000 persone- ci sarà una differenza con chi vive in una metropoli? vivo in un ambiente urbano- ci sarà una differenza con chi vive in un contesto rurale? appartengo ad una classe economica non agiata- ci sarà una differnza con chi appartiene a quel 10% di italiani che consuma il 50% del Pil? Insomma potrei simpatizzare con la Caritas e non con l'Opus Dei- non sarei ugualmente cattolico (eppure la diversità è notevole)? Questo per dire,partendo da tematiche più esistenziali e psicologiche fino a considerazioni sociali ed economiche, che "io" non sono "uno". Come non voglio essere trattato come se facessi parte di un "contenitore", omogeneo, non voglio trattare gli altri nello stesso modo. Sia che provengano dall'Africa che da altre parti del mondo. Paradossalmente mi trovo più a mio agio con un "asiatico" progressista che con un conservatore "europeo". Ovviamente ritengo opportuno demitizzare le identità. Con questo non vorrei dare l'idea di considerare l'individuo come astrazione- piuttosto non penso che la cultura, sempre plurale, inglobi gli individui annichilendo le potenzialità sovvertitrici ed eretiche di ogni persona. Dunque il rapporto è dialettico. Una dialettica de-hegelianizzata. Poi- conosco un ragazzo senegalese (ragazzo perché ha circa vent'anni meno di me- lo dico perché si tende ad inferiorizzare i migranti anche dando il "del tu" o considerandoli come ragazzi, appunto, anche se hanno quarant'anni!) che sicuramente ha una cultura linguistica, francese, inglese, italiano e arabo, che in confronto a tanti italiani è strabiliante........eppure non ha le stesse possibilità di realizzarsi........perchè è nero? perché è povero? perchè? insomma quando ci si domanda "perché" siamo sulla buona strada, ovvero ci siamo lasciati alle spalle un'acritica accettazione della realtà......e incominciamo a vederla con altri occhi (di migranti, in questo caso). Non possiamo comprendere perché un migrante deve rilasciare le impronte digitali anche se può dimostrare le sue generalità- allora ci chiediamo, perché? Noi italiani, come altri europei, al di là della vulgata buonista, ma fantasiosa, al di là delle fiction televisive, non saremo razzisti? questa sarebbe una domanda fondamentale. Perché il reato di un migrante viene messo in prima pagina e un crimine contro lo stesso migrante, compiuto da italiani, viene facilmente archiviato nel dimenticatio? Insomma la sinistra deve chiedersi perché, altrimenti non è critica ma a-critica. Balbuziente. Incapace di trasformazione. Per ultimo ho letto che molti che sono intervenuti in questo spazio si sono interrogati sulle "quote". Ebbene spesso vengono tenute basse per introdurre una quota di "stranieri" clandestini proprio per sfruttarli meglio. 
Disossarli. Il migrante quando parte sa che nel paese in cui va c'è la possibilità di lavorare.....e c'è bisogno.....il "mercato" lo richiede......ma farlo venire in clandestinità è più vantaggioso......si consideri che il "clandestino" avanza poche pretese (se lo facesse verrebbe espulso) e se si fa male sul posto di lavoro.....non va in ospedale......perché se andasse verrebbe poi espulso......poi ci sono quelli che delinquono, una minoranza, ma che viene strumentalmente, utilizzata per gettare fango su tutti gli altri che concorrono al 6% del nostro Pil. Questa minoranza che delinque è mediaticamente visibile.......gli altri, quelli che producono ricchezza per "noi", a costi inferiori, invisibili. Di loro non si occupa alcuno. Come del resto di tutti i migranti che per vivere in una casa pagano canoni vergognosi......Insomma i diritti non possono essere variabili dipendenti della nazionalità o del colore della pelle....</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>In risposta al commento #43 di  anna trickst3r:<br />
Del resto se partiamo da noi stessi si potrebbe considerare ulteriormente che come individui siamo &#8220;plurali&#8221;. Non siamo trasparenti. C&#8217;è sempre una parte di noi che sfugge. Che va al di là delle nostre capacità di previsione. Insomma c&#8217;è l&#8217;io e l&#8217;inconscio. C&#8217;è qualcosa che ci attraversa. Si pensi all&#8217;innumerevoli influssi culturali. Innumerevoli e contraddittori. Si pensi alla psicologia dello sviluppo e a quella sociale. per esempio- Io sono italiano ma che cosa significa, per esempio, che sono cattolico? ateo? agnostico o semplicemnete indifferente? Sono nato in una città di 60.000 persone- ci sarà una differenza con chi vive in una metropoli? vivo in un ambiente urbano- ci sarà una differenza con chi vive in un contesto rurale? appartengo ad una classe economica non agiata- ci sarà una differnza con chi appartiene a quel 10% di italiani che consuma il 50% del Pil? Insomma potrei simpatizzare con la Caritas e non con l&#8217;Opus Dei- non sarei ugualmente cattolico (eppure la diversità è notevole)? Questo per dire,partendo da tematiche più esistenziali e psicologiche fino a considerazioni sociali ed economiche, che &#8220;io&#8221; non sono &#8220;uno&#8221;. Come non voglio essere trattato come se facessi parte di un &#8220;contenitore&#8221;, omogeneo, non voglio trattare gli altri nello stesso modo. Sia che provengano dall&#8217;Africa che da altre parti del mondo. Paradossalmente mi trovo più a mio agio con un &#8220;asiatico&#8221; progressista che con un conservatore &#8220;europeo&#8221;. Ovviamente ritengo opportuno demitizzare le identità. Con questo non vorrei dare l&#8217;idea di considerare l&#8217;individuo come astrazione- piuttosto non penso che la cultura, sempre plurale, inglobi gli individui annichilendo le potenzialità sovvertitrici ed eretiche di ogni persona. Dunque il rapporto è dialettico. Una dialettica de-hegelianizzata. Poi- conosco un ragazzo senegalese (ragazzo perché ha circa vent&#8217;anni meno di me- lo dico perché si tende ad inferiorizzare i migranti anche dando il &#8220;del tu&#8221; o considerandoli come ragazzi, appunto, anche se hanno quarant&#8217;anni!) che sicuramente ha una cultura linguistica, francese, inglese, italiano e arabo, che in confronto a tanti italiani è strabiliante&#8230;&#8230;..eppure non ha le stesse possibilità di realizzarsi&#8230;&#8230;..perchè è nero? perché è povero? perchè? insomma quando ci si domanda &#8220;perché&#8221; siamo sulla buona strada, ovvero ci siamo lasciati alle spalle un&#8217;acritica accettazione della realtà&#8230;&#8230;e incominciamo a vederla con altri occhi (di migranti, in questo caso). Non possiamo comprendere perché un migrante deve rilasciare le impronte digitali anche se può dimostrare le sue generalità- allora ci chiediamo, perché? Noi italiani, come altri europei, al di là della vulgata buonista, ma fantasiosa, al di là delle fiction televisive, non saremo razzisti? questa sarebbe una domanda fondamentale. Perché il reato di un migrante viene messo in prima pagina e un crimine contro lo stesso migrante, compiuto da italiani, viene facilmente archiviato nel dimenticatio? Insomma la sinistra deve chiedersi perché, altrimenti non è critica ma a-critica. Balbuziente. Incapace di trasformazione. Per ultimo ho letto che molti che sono intervenuti in questo spazio si sono interrogati sulle &#8220;quote&#8221;. Ebbene spesso vengono tenute basse per introdurre una quota di &#8220;stranieri&#8221; clandestini proprio per sfruttarli meglio.<br />
Disossarli. Il migrante quando parte sa che nel paese in cui va c&#8217;è la possibilità di lavorare&#8230;..e c&#8217;è bisogno&#8230;..il &#8220;mercato&#8221; lo richiede&#8230;&#8230;ma farlo venire in clandestinità è più vantaggioso&#8230;&#8230;si consideri che il &#8220;clandestino&#8221; avanza poche pretese (se lo facesse verrebbe espulso) e se si fa male sul posto di lavoro&#8230;..non va in ospedale&#8230;&#8230;perché se andasse verrebbe poi espulso&#8230;&#8230;poi ci sono quelli che delinquono, una minoranza, ma che viene strumentalmente, utilizzata per gettare fango su tutti gli altri che concorrono al 6% del nostro Pil. Questa minoranza che delinque è mediaticamente visibile&#8230;&#8230;.gli altri, quelli che producono ricchezza per &#8220;noi&#8221;, a costi inferiori, invisibili. Di loro non si occupa alcuno. Come del resto di tutti i migranti che per vivere in una casa pagano canoni vergognosi&#8230;&#8230;Insomma i diritti non possono essere variabili dipendenti della nazionalità o del colore della pelle&#8230;.</p>
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		<title>Di: anna trickst3r</title>
		<link>http://www.sinistraarcobaleno.org/2008/02/29/11-convivenza-inclusione-cittadinanza/#comment-2368</link>
		<dc:creator>anna trickst3r</dc:creator>
		<pubDate>Sun, 09 Mar 2008 16:13:48 +0000</pubDate>
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		<description>condivido, ha tracciato bene una definizione di identità e di differenza, dell''uso politico che si può fare dell'una dell'altra, il problema è infatti non la verità o falsità di un concetto ma l'uso che se ne fa, nella fattoria degli animali di orwell alcuni erano più uguali degli altri, così come la differenza tra me e te, tra me e l'altro può avvallare le gerarchie dei saperi e delle culture</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>condivido, ha tracciato bene una definizione di identità e di differenza, dell&#8221;uso politico che si può fare dell&#8217;una dell&#8217;altra, il problema è infatti non la verità o falsità di un concetto ma l&#8217;uso che se ne fa, nella fattoria degli animali di orwell alcuni erano più uguali degli altri, così come la differenza tra me e te, tra me e l&#8217;altro può avvallare le gerarchie dei saperi e delle culture</p>
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		<title>Di: Del Pistoia David</title>
		<link>http://www.sinistraarcobaleno.org/2008/02/29/11-convivenza-inclusione-cittadinanza/#comment-2367</link>
		<dc:creator>Del Pistoia David</dc:creator>
		<pubDate>Sun, 09 Mar 2008 15:58:49 +0000</pubDate>
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		<description>In risposta al commento #40 di  anna trickst3r: 
nessuno ha detto che la sociologia e l'antropologia costruiscono i loro concetti per dividere. Dico che molta parte degli autori di queste discipline, soprattutto nel passato, consideravano la cultura come qualcosa di omogeneo e che questa rappresentazione è servita al potere politico. Del resto divide et impera. In Africa molto spesso ai colonizzatori faceva piacere che vi fossero delle "etnie" ed anzi contribuivano a rafforzare, quando non le creavano loro stessi, le presunte differenze proprio per evitare che i dominati sfuggissero alla loro subalternità. Per quanto riguarda le differenze, non nego che esistono, soltanto  non le considero immodificabili, come se avessero uno statuto ontologico.  Tutti siamo immersi in un mondo che cambia, continuamente. Quando le differenze pretendono di affermarsi irrigidendosi e assolutizzandosi la violenza è alle porte. L'identità è sempre relazionale. Anzi l'identità si struttura in maniera plurale, dinamica e processuale. E' sempre diveniente. Dunque le differenze che pretendono l'isolamento, l'assolutizzazione, divengono narcisiste e perdono il  rapporto con il divenire. La violenza sta nel non riconoscimento dell'altro, nell'annichilimento delle diversità.   Ma non nel senso che l'altro abbia un'identità ben precisa, immodificabile e originaria, ma nel senso che siamo noi che attribuiamo all'altro questo statuto identitario, dimenticando e rimuovendo il fatto che siamo tutti stranieri e apolidi. Incapsuliamo l'identità altrui in contenitori ben precisi. Insomma facciamo violenza anche a noi stessi quando ci pretendiamo al di sopra della "mischia" e ci oggettiviamo e al contempo mistifichiamo il nostro rapporto con gli altri esseri umani. Queste operazioni di "incapsulamento",  sono fattibili proprio in quanto esistono distribuzioni di asimmetriche  di potere. Insomma ci sono persone che parlano e altre che sono "parlate". Oggetti di discorsi e non soggetti. E tutta questa struttura opera su uno sfondo ben preciso e negativo: esistono differenze immutabili. Abbiamo dimenticato Eraclito e ci siamo attardati solo con Parmenide. Pensiamo che la realtà sia una e rotonda. Sferica. Invece è rettilinea  e plurale. Tale sfondo non riguarda solo l'altro ma anche noi stessi, io. Insomma  un'identità che si sa effimera o si rinserra nei ranghi dell'assolutezza o si apre, Io preferisco la seconda strada.........ma per aprirsi è necesario mettersi in discussione. A partire da noi, io, me e poi l'altro. Riflettendo sul fatto che le diversità trapassano a tutti i livelli......e sono aperte. Insomma è necessario fare propria la differenza tra rappresentazione della realtà e "realtà". Ovviamente i migranti sono considearati, per varie ragioni (politiche ed economiche anche) per gruppi o contenitori: se provengono dai paesi a tradizioni islamica ce li rappresentiamo come ferventi religiosi o intolleranti. La realtà per fortuna è più ricca. Frequentano la Moschea, ma la maggioranza no, perlomeno come i cattolici. Eppure i mass media ce li rappresentano sempre inginocchiati. Evidenziano la loro diversità occultando ciò che ci accomuna. Esaltano i tratti culturali più distanti per creare una sorta di "comunione spirituale" tra gli italiani. Insomma la loro identità diversa costruisce l'altro aspetto della nostra ritrovata identificazione e in questo gioco di specchi si capovolge la realtà. Alla fine pensando ai migranti viene in mente l'islam, come se, loro fossero uomini e donne, per parafrasare Marcuse, ad una dimensione. In ogni caso la civilità islamica ha prodotto un'opera di traduzione culturale della filosofia antica imprescindibile. Un autorevole studiosa ha affermato che ci siamo dimenticati dle nostro maestro (civiltà islamica) per il maestro del nostro maestro (scusate il gioco di parole).  Eppure sono pluarli e diversificati come noi, come "io". Insomma l'identità può essere una trappola se presa troppo sul seri e ipostatizzata. Come quando parliamo di noi stessi pretendiamo una particolareggiata distinzione così dovremmo fare per gli altri. Purtroppo dominano i pregiudizi, gli stereotipi e anche gli stigmi. Infine il nuovo tipo di razzsmo parla sempre più spesso di diversità culturali piuttosto che di quelle "biologiche" (dimostratesi scientificamente inconsistenti). Insomma la cultura, considerata come immutabile, ipostatica, ontologicamente consustanziale, in cui l'individuo sarebbe immerso e annichilito, è il nuovo razzismo che si nutre del differenzialismo culturale. Che considera la cultura una "seconda pelle". In nome della tutela delle identità collettive, si noti bene, considera gli stranieri assolutamente diversi. Li ritiene degni di tutela, ma "a casa loro"!!!!! Neorazzismo che ha l'ossessione che la civiltà occidentale venga contaminata e dunque chiede purificazione  e preservazioni delle identità. Questa è la trappola. Una trappola mortale che riecheggia in tutti gli apostoli della "differenza".</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>In risposta al commento #40 di  anna trickst3r:<br />
nessuno ha detto che la sociologia e l&#8217;antropologia costruiscono i loro concetti per dividere. Dico che molta parte degli autori di queste discipline, soprattutto nel passato, consideravano la cultura come qualcosa di omogeneo e che questa rappresentazione è servita al potere politico. Del resto divide et impera. In Africa molto spesso ai colonizzatori faceva piacere che vi fossero delle &#8220;etnie&#8221; ed anzi contribuivano a rafforzare, quando non le creavano loro stessi, le presunte differenze proprio per evitare che i dominati sfuggissero alla loro subalternità. Per quanto riguarda le differenze, non nego che esistono, soltanto  non le considero immodificabili, come se avessero uno statuto ontologico.  Tutti siamo immersi in un mondo che cambia, continuamente. Quando le differenze pretendono di affermarsi irrigidendosi e assolutizzandosi la violenza è alle porte. L&#8217;identità è sempre relazionale. Anzi l&#8217;identità si struttura in maniera plurale, dinamica e processuale. E&#8217; sempre diveniente. Dunque le differenze che pretendono l&#8217;isolamento, l&#8217;assolutizzazione, divengono narcisiste e perdono il  rapporto con il divenire. La violenza sta nel non riconoscimento dell&#8217;altro, nell&#8217;annichilimento delle diversità.   Ma non nel senso che l&#8217;altro abbia un&#8217;identità ben precisa, immodificabile e originaria, ma nel senso che siamo noi che attribuiamo all&#8217;altro questo statuto identitario, dimenticando e rimuovendo il fatto che siamo tutti stranieri e apolidi. Incapsuliamo l&#8217;identità altrui in contenitori ben precisi. Insomma facciamo violenza anche a noi stessi quando ci pretendiamo al di sopra della &#8220;mischia&#8221; e ci oggettiviamo e al contempo mistifichiamo il nostro rapporto con gli altri esseri umani. Queste operazioni di &#8220;incapsulamento&#8221;,  sono fattibili proprio in quanto esistono distribuzioni di asimmetriche  di potere. Insomma ci sono persone che parlano e altre che sono &#8220;parlate&#8221;. Oggetti di discorsi e non soggetti. E tutta questa struttura opera su uno sfondo ben preciso e negativo: esistono differenze immutabili. Abbiamo dimenticato Eraclito e ci siamo attardati solo con Parmenide. Pensiamo che la realtà sia una e rotonda. Sferica. Invece è rettilinea  e plurale. Tale sfondo non riguarda solo l&#8217;altro ma anche noi stessi, io. Insomma  un&#8217;identità che si sa effimera o si rinserra nei ranghi dell&#8217;assolutezza o si apre, Io preferisco la seconda strada&#8230;&#8230;&#8230;ma per aprirsi è necesario mettersi in discussione. A partire da noi, io, me e poi l&#8217;altro. Riflettendo sul fatto che le diversità trapassano a tutti i livelli&#8230;&#8230;e sono aperte. Insomma è necessario fare propria la differenza tra rappresentazione della realtà e &#8220;realtà&#8221;. Ovviamente i migranti sono considearati, per varie ragioni (politiche ed economiche anche) per gruppi o contenitori: se provengono dai paesi a tradizioni islamica ce li rappresentiamo come ferventi religiosi o intolleranti. La realtà per fortuna è più ricca. Frequentano la Moschea, ma la maggioranza no, perlomeno come i cattolici. Eppure i mass media ce li rappresentano sempre inginocchiati. Evidenziano la loro diversità occultando ciò che ci accomuna. Esaltano i tratti culturali più distanti per creare una sorta di &#8220;comunione spirituale&#8221; tra gli italiani. Insomma la loro identità diversa costruisce l&#8217;altro aspetto della nostra ritrovata identificazione e in questo gioco di specchi si capovolge la realtà. Alla fine pensando ai migranti viene in mente l&#8217;islam, come se, loro fossero uomini e donne, per parafrasare Marcuse, ad una dimensione. In ogni caso la civilità islamica ha prodotto un&#8217;opera di traduzione culturale della filosofia antica imprescindibile. Un autorevole studiosa ha affermato che ci siamo dimenticati dle nostro maestro (civiltà islamica) per il maestro del nostro maestro (scusate il gioco di parole).  Eppure sono pluarli e diversificati come noi, come &#8220;io&#8221;. Insomma l&#8217;identità può essere una trappola se presa troppo sul seri e ipostatizzata. Come quando parliamo di noi stessi pretendiamo una particolareggiata distinzione così dovremmo fare per gli altri. Purtroppo dominano i pregiudizi, gli stereotipi e anche gli stigmi. Infine il nuovo tipo di razzsmo parla sempre più spesso di diversità culturali piuttosto che di quelle &#8220;biologiche&#8221; (dimostratesi scientificamente inconsistenti). Insomma la cultura, considerata come immutabile, ipostatica, ontologicamente consustanziale, in cui l&#8217;individuo sarebbe immerso e annichilito, è il nuovo razzismo che si nutre del differenzialismo culturale. Che considera la cultura una &#8220;seconda pelle&#8221;. In nome della tutela delle identità collettive, si noti bene, considera gli stranieri assolutamente diversi. Li ritiene degni di tutela, ma &#8220;a casa loro&#8221;!!!!! Neorazzismo che ha l&#8217;ossessione che la civiltà occidentale venga contaminata e dunque chiede purificazione  e preservazioni delle identità. Questa è la trappola. Una trappola mortale che riecheggia in tutti gli apostoli della &#8220;differenza&#8221;.</p>
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	<item>
		<title>Di: anna trickst3r</title>
		<link>http://www.sinistraarcobaleno.org/2008/02/29/11-convivenza-inclusione-cittadinanza/#comment-2278</link>
		<dc:creator>anna trickst3r</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 07 Mar 2008 21:51:04 +0000</pubDate>
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		<description>bene, ho riletto tutti gli interventi di questo blog sull'immigrazione, sull'inclusione e sulla cittadinanza e sono molto soddisfatta, penso che si debba continuare in questa direzione, libero confronto delle nostre diverse posizioni, discussione, è questo il miglior contributo che noi tutti possiamo dare alla sinistra arcobaleno e quindi mi e vi ringrazio</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>bene, ho riletto tutti gli interventi di questo blog sull&#8217;immigrazione, sull&#8217;inclusione e sulla cittadinanza e sono molto soddisfatta, penso che si debba continuare in questa direzione, libero confronto delle nostre diverse posizioni, discussione, è questo il miglior contributo che noi tutti possiamo dare alla sinistra arcobaleno e quindi mi e vi ringrazio</p>
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		<title>Di: anna trickst3r</title>
		<link>http://www.sinistraarcobaleno.org/2008/02/29/11-convivenza-inclusione-cittadinanza/#comment-2276</link>
		<dc:creator>anna trickst3r</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 07 Mar 2008 21:07:02 +0000</pubDate>
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		<description>carissimo del pistoia
ho apprezzato molto il tuo intervento, mette a fuoco il diabolico sfruttamento della differenza quando al di fuori di ogni riferimento antropologicamente e storicamente fondato viene utilizzato come ricerca e attribuzione ad un capo espiatorio di un disagio e di una crisi sociale che ha le sue radici altrove.
Un concetto però tengo a precisare, l'antropologia e la sociologia delle differenza non costruiscono differenze per dividere, rafforzare le gerarchie per la distribuzione del potere, o meglio sfruttare segmenti sociali.
La differenza è quello che piuttosto ci accomuna, sottolineare la differenza vuol dire non inglobare e assimilare l'altro al proprio sè. Se io per guadagnare il tuo rispetto non posso fare altro che duplicare la tua identità e nascondere la mia differenza, allora vuol dire che il tuo potere ha annullato tutta la mia umanità la mia dignità di essere umano, tutto quello che sono stato/a, condividere il tuo sapere, la tua storia e dimenticare la mia.
Ma ancora tu dici e questo volta condivido, che le culture non sono omogenee al loro interno, non sono monolitiche, e infatti io te qui e ora ci confrontiamo e tentiamo di negoziare le nostr diverse identità, anche l'immigrato, lo straniero deve avere voce, diritto di parola, perchè nè io nè te, nessuno deve e può pretendere di parlare a nome dell'altro e ridurlo al silenzio. Allora chiediamo per il lavoratore immigrato diritto di voto, di partecipazione, di voce per raccontare ed esprimere la dignità e la bellezza della sua differenza, del suo altro sapere, della sua storia.
quello che a mio avviso deve accomunare è la solidarietà e la gioia di delineare insieme i profili di un mondo nuovo</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>carissimo del pistoia<br />
ho apprezzato molto il tuo intervento, mette a fuoco il diabolico sfruttamento della differenza quando al di fuori di ogni riferimento antropologicamente e storicamente fondato viene utilizzato come ricerca e attribuzione ad un capo espiatorio di un disagio e di una crisi sociale che ha le sue radici altrove.<br />
Un concetto però tengo a precisare, l&#8217;antropologia e la sociologia delle differenza non costruiscono differenze per dividere, rafforzare le gerarchie per la distribuzione del potere, o meglio sfruttare segmenti sociali.<br />
La differenza è quello che piuttosto ci accomuna, sottolineare la differenza vuol dire non inglobare e assimilare l&#8217;altro al proprio sè. Se io per guadagnare il tuo rispetto non posso fare altro che duplicare la tua identità e nascondere la mia differenza, allora vuol dire che il tuo potere ha annullato tutta la mia umanità la mia dignità di essere umano, tutto quello che sono stato/a, condividere il tuo sapere, la tua storia e dimenticare la mia.<br />
Ma ancora tu dici e questo volta condivido, che le culture non sono omogenee al loro interno, non sono monolitiche, e infatti io te qui e ora ci confrontiamo e tentiamo di negoziare le nostr diverse identità, anche l&#8217;immigrato, lo straniero deve avere voce, diritto di parola, perchè nè io nè te, nessuno deve e può pretendere di parlare a nome dell&#8217;altro e ridurlo al silenzio. Allora chiediamo per il lavoratore immigrato diritto di voto, di partecipazione, di voce per raccontare ed esprimere la dignità e la bellezza della sua differenza, del suo altro sapere, della sua storia.<br />
quello che a mio avviso deve accomunare è la solidarietà e la gioia di delineare insieme i profili di un mondo nuovo</p>
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